
sabato 19 aprile 2008
venerdì 18 aprile 2008
Appunti di un Master
venerdì 28 marzo 2008
Master di Tuba ed Eufonio
L'Istituto Musicale Pareggiato P.I. Tchaikovsky organizza il 10 Aprile 2008 un Master di Bassotuba ed Eufonio (e Flicorno baritono), tenuta dal M° Domenico Zizzi, docente di Bassotuba presso lo stesso Istituto Musicale.
Il Masterclass si terrà presso l'Istituto Musicale P.I. Tchaikovsky, in via Cesare Pavese 1 - San Mango D'Aquino (CZ)
La partecipazione è aperta a tutti coloro che fossero interessati ad approfondire gli aspetti tecnici ed interpretativi degli ottoni (in particolare Bassotuba, Eufonio e Flicorno Baritono)
Il master è gratuito
A conclusione del corso verrà rilasciato un attestato di frequenza per tutti i partecipanti che avranno frequentato regolarmente.
L'Istituto Musicale Pareggiato P.I. Tchaikovsky non si assume alcuna responsabilità per eventuali danni a persone o cose di qualsiasi natura che dovessero verificarsi durante e fuori lo svolgimento della Master Class. I partecipanti si assumono tutte le responsabilità per eventuali danni che dovessero arrecare all'Istituto;
La domanda di partecipazione al Master dovrà essere redatta in carta semplice ed inoltrata al numero di fax 0968926839 entro e non oltre giorno 8 Aprile 2008
E' possibile iscriversi contattando direttamente il docente al numero 3474271570.
Per maggiori informazioni e scheda di iscrizione cliccate sul link:
Aiutiamo le Bande italiane
Approfitto dell'articolo riportato di seguito, tratto dal Corriere della Sera in data 27 Marzo 2008 a cura di Valerio Cappelli, per appoggiare l'appello del M° Riccardo Muti
IL CASO: IL MAESTRO DIRIGERÀ UN GRUPPO DI GIOVANI MUSICISTI CALABRESI PER LANCIARE L'ALLARME
Riccardo Muti: «Salviamo le bande»
«Tremila complessi sono in crisi e senza soldi Questo è un vero delitto culturale»
ROMA — È la banda il Panda della musica, l'«animale culturale» a rischio estinzione. Le storiche bande di paese, abbandonate dallo Stato, sono allo sbando e potrebbero chiudere. «Chiamiamo le cose come sono: è un delitto culturale», tuona Riccardo Muti. Il 14 giugno, per la prima volta nella sua carriera, al Ravenna Festival dirigerà una banda. Può sembrare una provocazione culturale, in realtà è un modo per richiamare l'attenzione su una realtà liquidata frettolosamente come un genere fuori moda. «Il mio vuole essere un omaggio alla crisi di tutte le bande d'Italia». Con lui risuoneranno gli squilli della banda di Delianuova, 80 ragazzi che suonano nella terra della 'ndrangheta, in provincia di Reggio Calabria; è il piccolo miracolo dell'Aspromonte, dove la musica non arriva. «Le bande rappresentano, per tante città del nostro paese, l'unica occasione di ascoltar musica, spesso gratuitamente». Muti aprirà e chiuderà il concerto, con le Sinfonie di Nabucco e Norma, «per sottolineare a chi di dovere l'importanza assoluta delle bande musicali». Per l'Unità, che alla crisi delle bande ha dedicato un'inchiesta, «chi di dovere » sono le Regioni che hanno il compito di reperire fondi con programmi triennali di intervento.
«DIPENDONO DALL'ASSESSORE DI TURNO» - Ma le 3 mila bande italiane dipendono dalla sensibilità dell'assessore di turno. Servono soldi per l'acquisto degli strumenti, gli spostamenti, i locali per le prove, i corsi di formazione. «Non devono essere istituti assistenziali, chi è responsabile non può alzare le spalle con un vago sorriso ma ha l'obbligo di mantenere in vita queste compagini, dobbiamo dare uno stipendio a chi porta diletto e cultura in posti dove raggiungere un teatro è impossibile». Muti ha già ascoltato i ragazzi dell'Aspromonte quando andò con la sua Orchestra Cherubini a Reggio Calabria: «È un gruppo meraviglioso di strumenti a fiato con una disciplina artistica e umana straordinaria; hanno un portamento che sembrano usciti dai collegi più prestigiosi di Oxford; hanno passione e amore». Si ferma: «Hanno digni-tà». Il maestro ha passato la Pasqua a Molfetta, la sua città, dove ha seguito «le processioni del Sud, quelle dei Misteri, una tradizione centenaria sempre seguita dalle bande. Ho conosciuto fior di strumentisti, che venivano dalle bande ». Muti vuole sciogliere il nodo del disinteresse, il luogo comune delle marcette militari e delle fanfare: «Banda non è sinonimo di qualità inferiore, né di strumenti popolari e di bocca buona con cui ci si può arrangiare. Al contrario, sono strumenti nobili, pensate a Verdi quanto deve alle bande che ascoltava da ragazzo, e che lui usa per annunciare l'arrivo del re Duncano nel Macbeth». E in epoca moderna Stravinskij e Hindemith. «E prima ancora Bellini, Berlioz, Spontini che nel second'atto dell'Agnese di Hohenstaufen usa una banda enorme che fa la funzione dell'organo ed è uno dei momenti sublimi di quell'opera». Ha passato tante serate a sentire le bande, a Lanciano, a Francavilla, a Besana Brianza dove l'hanno fatto cittadino onorario: «Usano strumenti che non ci sono nelle orchestre, le oficleidi, i flicorni, i bombardini, la famiglia dei sassofoni, l'eufonio che sembra un bel nome antico ed è un corno tenore». Il grande impulso nel repertorio bandistico avvenne durante la Rivoluzione francese, si trattava di riempire la vita associata con nuovi rituali, odi e inni, non solo quelli chiesastici. «All'estero i paesi civili hanno bande meravigliose. I nostri ragazzi delle bande hanno studiato nei conservatori, non dal padre che ha il negozio da barbiere».
Mostra fotografica di Ciro Quaranta
C’era una volta la classe operaia, e tutto sembrava più semplice.
Più semplice da capire, perché la “classe”, con le sue presunte caratteristiche di omogeneità, con un suo ben preciso ruolo (soprattutto nell’immaginario della sinistra), semplificava il quadro delle possibili scelte e delle conseguenti prospettive: pro o contro la classe, rivoluzione versus conservazione.
L’immagine fotografica di questa non remota fase storica (come ci ricorda il mio amico Andrea Ranieri) era la fotografia di un corteo o di una piazza colma di operai che manifestano, in cui l’elemento centrale è il gruppo (la classe) piuttosto che i singoli individui. Anche con Ciro Quaranta, per tanti anni operaio egli stesso, l’operaio, l’artigiano, l’agricoltore, il pastore, il suonatore, il pescatore non sono più l’espressione di una classe e diventano persone, cioè uomini dotati di un’identità singola e personale, e quindi con una storia: la loro storia personale, la storia del contesto in cui si muovono e del tempo che vivono.
Viene voglia di interrogare e conoscere quelle persone inquadrate, anche quando non si riesce a coglierne i lineamenti.
Perché quelle persone nelle foto non sono l’appendice di un paesaggio o di una macchina, ma sempre e comunque l’elemento centrale.
Questa è l’importante occasione che Ciro Quaranta ci offre: riflettere sulle storie che le persone sono e raccontano attraverso i propri volti e la propria opera.
E sono storie ricchissime di umanità, di saperi e di abilità ad esistere. Storie antiche di millenni, come quelle degli artigiani o degli agricoltori o dei pescatori.
Storie, in altri casi, di moderne eccellenze, ovvero le storie di chi crea la straordinaria ceramica di Grottaglie, o di chi ha costruito le grandi opere metalmeccaniche della Belleli, o gli impianti eolici della Vestas, sino alle storie di chi è immerso in quelle meraviglie (di tecnologia e di relazioni) di cui è fatta l’Alenia.
Il passaggio dalla classe alla persona che Ciro Quaranta ci aiuta a fare, ci impegna intimamente su altri fronti terribilmente attuali, che ci mostrano l’altra faccia del lavoro: quella degli incidenti mortali che si ripetono in modo allucinante, quella dei rischi per la salute, quella delle retribuzioni ridicole e dei diritti calpestati della gente che lavora e lavora bene.
E ci impegna tanto più quanto le persone qui rappresentate esprimono in tante immagini forza, sicurezza, serenità. Forse perché sappiamo quanto importante e vitale sia il lavoro per la persona.
“Non so cosa sia la felicità, ma fare un lavoro che ti piace, e farlo bene, è la cosa che più si avvicina” fa dire Primo Levi all’orgoglioso operaio Faussone, protagonista del suo romanzo “La chiave a stella”. Chiunque abbia fatto bene il suo lavoro sa quanto questo sia vero.
Con questo volume il progetto ARSMAC (Arsenale Mediterraneo delle Arti Contemporanee) della Provincia testimonia in modo diretto ed esplicito il suo valore attuale, sociale e culturale, e di questo ne siamo felici.
Grazie a Ciro Quaranta per il regalo delle sue immagini. Grazie a Nicola Aurilio, Amministratore Delegato di Alenia Composite, persona che incarna in altro ruolo la stessa passione e lo stesso orgoglio di Faussone e alla cui sensibilità dobbiamo la realizzazione di questo progetto.